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Consigli di Ennio Flaiano a un giovane analfabeta che vuol darsi alla letteratura attratto dal numero dei premi letterari.
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–  Chi apre il periodo, lo chiuda.
− È pericoloso sporgersi dal capitolo.
− Cedete il condizionale alle persone anziane, alle donne e agli invalidi.
− Lasciate l’avverbio dove vorreste trovarlo.
− Chi tocca l’apostrofo muore.
− Abolito l’articolo, non si accettano reclami.
− La persona educata non sputa sul componimento.
− Non usare l’esclamativo dopo le 22.
− Non si risponde degli aggettivi incustoditi.
− Per gli anacoluti, servirsi del cestino.
− Tenere i soggetti al guinzaglio.
− Non calpestare le metafore.
− I punti di sospensione si pagano a parte.
− Non usare le sdrucciole se la strada è bagnata.
− Per le rime rivolgersi al portiere.
− L’uso del dialetto è vietato ai minori dei 16 anni.
− È vietato servirsi del sonetto durante le fermate.
− È vietato aprire le parentesi durante la corsa.
− Nulla è dovuto al poeta per il recapito.
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Cambia la quotidianità, nelle piccole cose di ogni giorno si avverte il cambiamento. Dalla spesa all’organizzazione del lavoro, programmare le interviste, pianificare la propria vita con minuziosa attenzione. Ma la voglia di andare avanti è più forte. Raccontare il potere delle mafie al Nord vuol dire raccontare il lato oscuro del Paese. Da anni collaboro con la Gazzetta di Modena, da anni mi occupo di mafie al Nord. Delle cosche d’Emilia. Quelle stesse cosche che negli anni in cui emigravo verso Modena raccoglievano quanto seminato decenni prima. Un raccolto fatto di patrimoni enormi, un fiume di denaro accumulato sulla pelle degli onesti. Erano gli anni ’90 quando ci trasferimmo in Emilia, qui ho iniziato a scrivere. A raccontare di come i clan si muovono e impongono servizi alle imprese, obbligano commercianti e imprenditori a pagare il pizzo. È quanto racconto nel libro, appena pubblicato da Round Robin, “Gotica”. Un libro inchiesta in cui raccolgo la mia attività di cronista di giudiziaria e inchieste giornalistiche realizzate anche con il mensile Narcomafie e Linkiesta.it.

Era il 1989 quando mio padre venne ucciso a Locri mentre tornava a casa dal lavoro. Era un funzionario di banca, a sparargli mani ignote, ma armate dalla ‘ndrangheta. Il suo omicidio è rimasto irrisolto, come tanti in Calabria. Io avevo sette anni e lo aspettavo come tutte le sere. Da quel 23 ottobre non tornò più.

Da quando lavoro a Modena ho scoperto che casalesi, ‘ndrangheta e Cosa nostra, operano in Emilia Romagna come se fossero a casa loro. (segue)http://www.iomichiamogiovannitizian.org/

le adesioni alla campagna di solidarietà http://www.iomichiamogiovannitizian.org/le-adesioni/

Concedo di usare il termine Italians solo a giornalisti che hanno vissuto all'estero o scrivono dall'estero, come Luigi Barzini jr. o Beppe Severgnini, per la ragione ovvia che se alcuni pregi e difetti nazionali sono naturalmente evidenti, di italiani e italiane ne esistono diversi tipi.

Politicamente parlando, però, io li colloco "o di qua o di là", non necessariamente in termini di partito, ma sicuramente in termini di intelligenza ed onestà.

 di qua i Raphael Rossi, di

là le Gabrielle Carlucci
e loro omologhi maschili (non ne faccio una questione di sesso..).

Purtroppo i "Signori Rossi"  fanno il loro lavoro in silenzio e sono sconosciuti ai più, se non ci pensa una trasmissione come Report

al contrario del gruppo dei e delle "Carlucci" che sta sempre su Tv, giornali e riviste e non si capisce bene perché, anzi sì.

Al di là del nome di chi vincerà la sfida di domani  alle elezioni amministrative e dopodomani (alle politiche, molto presto..) e anche se personalmente sono convinta fermamente che uno schieramento di sinistra o comunque progressista sia più sensibile a certe tematiche che non uno di destra o conservatore, è certo che la politica tradizionale di destra come di sinistra sia in netto ritardo rispetto alle soluzioni per affrontare i problemi grandissimi derivanti dai cambiamenti climatici, dalla limitatezza delle risorse energetiche, forestali, idriche, lo smaltimento dei rifiuti e la fame non ancora debellata, ecc.

Luca Mercalli inizia il suo ultimo libro "Prepariamoci" (Ed. ChiareLettere) con questa lettera ideale inviata a un/a sindaco/a qualsiasi:

Caro Sindaco, prova ad uscire
dal conformismo ideologico,
dall'ignoranza, dalla supponenza.
Raccogli la sfida ecologica globalr
come punto di partenza per pensare
il futuro con un progetto coraggioso.
Adesso. Dopo sarà troppo tardi.

Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all'infinito in un mondo finito, è un pazzo oppure un economista (Kenneth Boulding, 1966)

Eduardo Galeano
(giornalista e scrittore, Montevideo 1940)
in un video in cui parla dell'Ordine mondiale, cita alla fine i "i giovani di oggi" "vuoti, rocchettari, che si disinteressano di politica" e ne prende le parti..

Naturalmente dice anche parecchie altre cose, non nuove.. ma sempre travolgenti quando ci si ferma a riflettere un attimo.

Quelle donne mutilate scandalo per la civiltà

di Adriano Sofri  per Repubblica

Khady Koita ha una foto di bambina in copertina, e una foto da grande sul retro del suo libro. È bella, da bambina e da grande. È nata nel 1959, in Senegal. Il libro si intitola "Mutilata". "La parola orgasmo – spiega – non esiste nella mia lingua. Il piacere di una donna non è solo un tabù, è ignorato. La prima volta che qualcuna ne parlò in mia presenza, corsi alla biblioteca a frugare nei libri. La mutilazione praticata nell’infanzia, ci vogliono far credere che siamo nate così. Ci privano del piacere per dominarci, ma non del desiderio". Khady vive a Bruxelles, è presidente della rete europea contro le Mutilazioni genitali femminili (Mgf), oggi è a Roma con Emma Bonino. E con loro Mariam Lamizana, già ministro in Burkina Faso, la sua connazionale Mane Rose Sawadogo, la senegalese Ndeye Soukeye Gueye, militanti di spicco del Comitato interafricano contro le Mgf.
Escissione del, o della, clitoride, infibulazione, parole tecniche, come se il lessico si procurasse un preservativo, a scanso di guai. Il clitoride tagliato via. Tagliate viale piccole labbra, e parte delle grandi, la vulva cucita. Donne cucite. "Tagliata", scrive Khady, ma nella sua lingua soninke "salindé", "purificata per accedere alla preghiera". Si calcola che 150 milioni di donne vi siano state sottoposte. Tre milioni di bambine ogni anno. Gli Stati africani coinvolti sono 28: in 19 sono state varate leggi penali che sanzionano le Mgf. Naturalmente, fra la legge e la realtà c’è una distanza enorme.
Le mutilazioni genitali femminili sono una pratica tradizionale. Sono la più tradizionale delle pratiche. Raschiate il fondo della tradizione, e troverete sempre una prepotenza sulle donne.
Paese che vai, usanze che trovi: giusto, ma fino a un certo punto. L’arroganza colonialista suscitò una ribellione tesa a riconoscere e riscattare le differenze fra le culture. Succede però che per raddrizzare il bastone stortolo si pieghi dall’altra parte. Quando sir Phileas Fogg, girando il mondo in ottanta giorni per scommessa, strappò al rogo vedovile la giovane Auda e se la portò a Londra e la sposò, fece benissimo. Nessuna tradizione giustifica il rogo delle vedove. Esiste una buona tradizione e una cattiva tradizione. È compito della civiltà conservare la prima e superare la seconda. Avviene spesso il contrario.

(segue su:  http://www.emmabonino.it/)

 

La coscienza a posto (Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti)

di Italo Calvino *

C’era un paese che si reggeva sull’illecito.

Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere.

Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perchè quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva in cambio di favori illeciti.

Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua autonomia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perchè per la propria morale interna, ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale, quindi, non escludeva una superiore legalità sostanziale.

Vero è che in ogni transazione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che, per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sé una frangia di illecito anche per quella morale.

Ma a guardar bene, il privato che si trovava ad intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva, senza ipocrisia, convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale, alimentato dalle imposte su ogni attività lecita e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Poiché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva ad integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse, che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza di atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello Stato si aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando anziché il sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta. 

(segue qui)

* Apparso per la prima volta su “La Repubblica” il 15 marzo 1980. Archivio Calvino con il titolo “La coscienza a posto”. E’ stato ripubblicato in “Romanzi e racconti” (Meridiani Mondadori, 1994, vol. 3, pp. 290-293) come “La coscienza a posto (Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti)”.

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