L’uscita dalla crisi deve tener conto dell’impatto ecologico ambientale

 

Perché la sinistra auspica

la crescita del lavoro e del Pil

 

Carla Ravaioli

 

 

 

Da anni le sinistre italiane discutono sul "come", mai sul "che cosa". Mi spiego. Scissioni, ricomposizioni, partito unico, raggruppamenti, arcobaleno, nuove separazioni e riaggregazioni, cooperative, ecc. Un inesausto dibattito sui modi di essere occupa insomma quello che rimane delle sinistre; manca invece ogni indicazione di un possibile "fare", di un programma sia pure di massima da cui muovere.

 

"Ripartire dal lavoro", è la sola parola d’ordine che praticamente tutti i gruppi si danno. Cosa comprensibile: il lavoro è sempre stato oggetto primario delle battaglie, e delle conquiste, di quelli che non a caso si chiamavano movimenti operai; e d’altronde ancora oggi sono le classi lavoratrici che più duramente scontano la crisi, e chiedono attenzione e difesa. Ma anche a questo proposito, a parte interventi immediati inerenti alle singole situazioni, manca una proposta organica. Soprattutto manca un’idea che si discosti da quella delle destre: uscire dalla crisi, rilanciare produzione e consumi, è l’insistito auspicio anche della sinistra; certo nella speranza di creare occupazione, ottenere posto sicuro, migliore salario, pensione adeguata.

 

Ma qua si pone una serie di interrogativi. Innanzitutto, è così certo che le cause della crisi attuale siano della stessa natura di quelle che, ad esempio, causarono il crollo del ’29? Che sulla situazione attuale non pesino le gigantesche trasformazioni che hanno segnato la società mondiale negli ultimi sessant’anni? Che dunque il lavoro possa ripartire, così come è accaduto nel secolo scorso e aprire una nuova florida stagione di "sviluppo"? Che questa ipotesi possa davvero risultare utile allo stesso andamento economico se, già prima della crisi, da più parti era stato denunciato un eccesso di capacità produttiva (automobile, petrolchimica, cantieristica, ecc.)? Che l’esistenza e l’uso di computer da dieci miliardi di operazioni al secondo, e di tutti gli altri strabilianti prodotti della moderna tecnologia, non abbia pesanti ricadute sulla domanda di lavoro? Che, soprattutto, la sempre più ampia sostituibilità dell’attività umana non possa venir capovolta nell’ipotesi di un diverso uso, quantitativo e qualitativo, del tempo, cioè della vita? Che la storica paura della disoccupazione tecnologica non possa rovesciarsi in una prospettiva di esistenze libere dal lavoro alienato e alienante, a lungo sognata dai grandi utopisti, e recuperata nel secolo scorso nell’ipotesi di un forte e generalizzato taglio degli orari?

 

Ma altri, non meno pesanti interrogativi, si impongono di fronte alla direttiva delle sinistre di "ripartire dal lavoro". La quale – ripeto – presuppone "uscita dalla crisi", cioè aumento del Pil, rilancio della produzione e dei consumi. E’ davvero questo un auspicio ragionevole, mentre i giornali titolano "Il pianeta è in rosso"? E mentre la corsa al possesso di risorse in via di esaurimento – acqua, petrolio, uranio – vanno scatenando conflitti e guerre? E da un lato i poli si sciolgono, dall’altro avanzano i deserti, e i cosiddetti "eventi meteorologici estremi" si moltiplicano, causando distruzione di interi raccolti, franare di catene montuose, centinaia di migliaia di morti e feriti, milioni di profughi?

 

E qua, una volta di più, ci si imbatte in quella sottovalutazione della crisi ecologica, per cui l‘ambiente (benché ormai inevitabilmente impostosi all’attenzione di governi e "potenti" di ogni sorta, come qualcosa che crea problemi all’economia) rimane comunque una variabile secondaria, cui periodicamente si dedicano costosi quanto inutili summit internazionali, ma che nemmeno viene citata in incontri e convegni tra imprenditori, economisti, politici; e comunque non ha spazio tra quelli che si ritengono problemi primari.

 

Le sinistre non fanno eccezione: a lungo del tutto disinteressate alla materia, ancora oggi sono di fatto riluttanti a dare atto della causa prima dello squilibrio degli ecosistemi, cioè l’insanabile contraddizione tra un sistema economico fondato sulla crescita esponenziale e il pianeta che lo alimenta: il quale ha dimensioni date e non dilatabili a richiesta.
Ma forse, alla base di tutto, c’è la resistenza delle sinistre a recuperare quell’ idea di rivoluzione da cui sono nate: che non è stata mai pubblicamente negata, e però a un dato momento è stata accantonata, messa "in sonno". "Il capitalismo è la crisi", è stato detto di recente. Pensarci su forse aiuterebbe. Non solo a capire la natura dei problemi che incombono, ma a mettere a fuoco il "che cosa" sarebbe necessario fare. Magari anche riprendendo a parlare di rivoluzione.

 

Liberazione del 7/11/2009

foto Astrelia.com