Son tre giorni che Tremonti ha lanciato la palla che "lavoro fisso è bello", come se invece il mondo, specie a sinistra, avesse sempre inneggiato alla precarietà… all’inizio pensavo fosse una cosa tanto per dire e finisse lì. Ma invece siccome Tremonti il Creativo si dice sia il Ministro dell’economia, la palla è stata raccolta intanto dalla Mercegaglia "no, non è bello, si tornerebbe indietro", e subito dopo il capo di Tremonti, che non è stupido e sa che tra qualche mese ci sono le elezioni, giù a dire anche lui quanto è brutta la precarietà!.. Per evitare di trascendere copio un articolo del Corriere, scritto in termini necessariamente più sobri di quelli che avrei usato io..

°° Agenda fuori tempo

A scanso di equivo­ci va detto subi­to: ne avremmo volentieri fatto a meno. L’animata discus­sione che nelle ultime 48 ore si è aperta sugli inne­gabili vantaggi del posto fisso (contrapposto all’ale­atorietà del mercato) e che ha coinvolto, con to­ni anche appassionati, il capo e i ministri del go­verno di centrodestra, i principali esponenti del­l’opposizione e i leader delle organizzazioni di rappresentanza, appare del tutto fuori tempo ri­spetto alla lenta evoluzio­ne della crisi. L’impressio­ne che un comune cittadi­no ne ricava è quella di avere a che fare con agen­de improvvisate che ser­vono di più ad «emozio­nare » gli elettorati che a delineare convinte strate­gie di governo. Quasi che la logica del talk show dettasse le regole.

È bene che la politica si occupi del popolo, orga­nizzi il monitoraggio del­la società, si chieda se gli elettori paghino o no le tasse, trovino oppure no lavoro, siano contenti del­le nostre università o pre­feriscano mandare i loro figli a studiare all’estero e via di questo passo. Ma ogni idea o programma (si può dire riforma?) che viene sottoposta al vaglio dell’opinione pubblica de­ve poi essere tradotto in leggi, normative e istituti che migliorino l’esisten­te. È sacrosanto, quindi, che il governo discuta del­l’occupazione e dei gua­sti provocati da una flessi­bilità corsara, ma fino a ieri la strada tracciata dal ministro Maurizio Sacco­ni — per altro in una logi­ca bipartisan — prevede­va il completamento del­le riforme Treu e Biagi con lo scopo di garantire la tutela del lavoro flessi­bile anche nei periodi di non impiego. Tutto ciò va rottamato?

L’occupazione in Italia finora ha retto grazie alla cassa integrazione, consi­derato a torto un ferro vec­chio e che invece ci ha per­messo di oltrepassare la fase più acuta della crisi. Ma attenzione: il grande freddo non è finito. Con uno di quei paradossi di cui è ricca la storia è ripar­tita prima l’economia di carta, simboleggiata dalle «famigerate» borse valo­ri, e invece quella reale è ancora lì, a leccarsi le feri­te. Non basta un conve­gno per spegnere le in­quietudini dei piccoli im­prenditori e artigiani, an­che di quelli del Varesotto che pure hanno votato in massa i partiti di governo e si spellano le mani per Umberto Bossi. Ma quan­te di quelle imprese so­pravvivranno al grande freddo? E si tratta di posti (fissi) che vengono can­cellati da un giorno all’al­tro e di territori che ri­schiano di veder azzerata la vocazione produttiva. C’è qualche ministro di­sposto a dir loro la verità e invitarli a rinunciare al­l’atavico individualismo e aggregarsi piuttosto che morire? La crisi, poi, non mette solo a repentaglio le micro-imprese, sta an­che falciando il già debo­le terziario italiano. Quan­ti sono gli Invisibili pro­fessionisti che non riesco­no più a mettere assieme uno stipendio decente e sono costretti però a paga­re i costi di un welfare di cui non usufruiranno mai? Troppi per partecipa­re a un talk show.

Dario Di Vico

p.s. il parere di Paolo Ferrero.